Tutto inizia con José, a parer mio, colui che si autocondannò a morte, con l'abuso sui figli. José Menéndez non era solo un uomo d'affari; era la personificazione dell'ambizione arrivato da Cuba senza nulla, e che arrivò a diventare imprenditore di un azienda, era un uomo che non accettava la sconfitta. Nella loro casa, ogni pasto era un interrogatorio. José testava i figli sulla politica, sull'economia, sulla loro forma fisica. Se non rispondevano correttamente, venivano umiliati.
La madre, Maria Louise, chiamata Kitty, era una donna fragile, ex reginetta di bellezza, che viveva all'ombra del marito, alternando momenti di estrema rigidità a crisi depressive, alcolismo e abuso di psicofarmaci. In questo acquario di vetro, Lyle: il maggiore, carismatico e ribelle,nato il 10 gennaio 1968, ed Erik:il minore, sensibile e tormentato, nato il 27 novembre 1970 crescevano come "principi prigionieri".
La notte del 20 agosto 1989, José e Kitty sono nella loro villa Elm Drive, in salotto, Lyle ed Erik entrano con due fucili a pompa Mossberg calibro 12, acquistati pochi giorni prima sotto falso nome. Il massacro è brutale. José viene colpito alla nuca; muore all'istante. Kitty, ferita, prova a strisciare via, a scappare verso il corridoio, ma i figli la inseguono. Le sparano alle gambe, poi al braccio, e infine al volto. Sparano così tanto che devono tornare in macchina a ricaricare le armi perché hanno esaurito i proiettili.
Subito dopo, i due mettono in atto una messinscena: vanno al cinema, poi a mangiare un boccone, e infine tornano a casa recitando la parte dei figli distrutti. La chiamata al 911 è agghiacciante: Lyle urla, Erik piange in sottofondo. "Qualcuno ha ucciso i miei genitori!". La polizia di Beverly Hills, inizialmente, cade nel tranello, si pensa alla mafia cubana e a rivalità commerciali.
Per sei mesi, i fratelli Menéndez vivono come re. Spendono circa 700.000 dollari in un lasso di tempo brevissimo. Lyle compra una Porsche Carrera, Rolex d'oro e un ristorante a Princeton. Erik assume un allenatore di tennis a tempo pieno da 60.000 dollari l'anno. Questo shopping compulsivo post-funerale è ciò che accende la lampadina negli investigatori: non sembrano ragazzi in lutto, ma ereditieri che festeggiano.
Tuttavia, il castello crolla per colpa della coscienza di Erik. Il fratello minore è divorato dai rimorsi. Non dorme, piange, ha attacchi di panico. Decide di andare dal suo psicologo, il dottor Jerome Oziel. Durante una seduta, confessa tutto. Oziel, però, non è un santone dell'etica: capisce che quella confessione è dinamite. Registra i colloqui.
La situazione precipita quando Lyle scopre che lo psicologo sa tutto e lo minaccia di morte. A questo punto, l'amante di Oziel, Judalon Smyth, va alla polizia e rivela l'esistenza dei nastri. È la fine. Nel marzo del 1990, i fratelli vengono arrestati.
Quando il processo inizia nel 1993, l'America è incollata alla TV. È la prima volta che le telecamere entrano in un'aula per un caso così torbido. La difesa, guidata dalla leggendaria e combattiva Leslie Abramson, lancia una bomba: i fratelli hanno ucciso, sì, ma per "paura di morire".
Lyle ed Erik raccontano di varie violenze, raccontano di foto pornografiche, che il padre possedeva, loro e di altre persone. Lyle racconta inolte di essere stato picchiato in un occasione con una mazza all'occhio sinistro. Erik racconta che il padre continuò gli abusi su di lui fino al maggio dello stesso anno dell'omicidio.
Qui la storia si divide in due versioni inconciliabili.
La versione della Difesa (L'abuso): Erik e Lyle salgono sul banco dei testimoni e, tra i singhiozzi, raccontano una storia di orrori indicibili. Parlano di come il padre, José, li avesse violentati sin da quando erano bambini piccoli. Descrivono rituali di pulizia maniacale e abusi sessuali che avvenivano regolarmente mentre la madre, Kitty, faceva finta di nulla o addirittura collaborava. Secondo Lyle, quella notte avevano affrontato i genitori e, temendo che il padre li avrebbe uccisi per coprire lo scandalo degli abusi, avevano colpito per primi.
La versione dell'Accusa (La cupidigia): Per il procuratore, tutto questo è una favola inventata per evitare la camera a gas. L'accusa mostra le foto degli acquisti di lusso, descrive i ragazzi come sociopatici viziati che volevano i soldi del padre per continuare la loro vita da playboy. "Hanno ucciso per avidità, non per paura".
Il primo processo finisce nel caos: le giurie, una per ogni fratello, non riescono a decidere. È un nulla di fatto.
Nel 1995 si ricomincia, ma il clima è cambiato. C'è stato il caso O.J. Simpson e la giustizia californiana ha fame di condanne esemplari. Il giudice Stanley Weisberg prende una decisione controversa: vieta gran parte delle testimonianze sugli abusi. Senza il contesto del trauma, Lyle ed Erik appaiono come semplici assassini a sangue freddo.
Il verdetto arriva nel 1996: Ergastolo senza possibilità di libertà condizionata. I due fratelli vengono separati e mandati in prigioni diverse, dove rimarranno per più di vent'anni senza quasi vedersi.
Potresti pensare che la storia finisca qui, ma non è così, negli ultimi anni, il caso è tornato prepotentemente d'attualità. Oggi, la posizione dei fratelli Menéndez è a un punto di svolta storico. La Procura di Los Angeles, sotto la pressione di queste nuove prove, ha accettato di riconsiderare la sentenza. Non si tratta di dire che sono innocenti — hanno ammesso di aver ucciso — ma di ricalibrare la pena. Se venisse riconosciuto che agirono sotto l'effetto di un gravissimo trauma da abuso, la condanna potrebbe essere commutata in omicidio colposo, il che significherebbe che hanno già scontato più tempo di quello previsto.
Lyle ed Erik oggi sono uomini di mezza età. In carcere si sono comportati in modo esemplare: hanno creato gruppi di sostegno per vittime di abusi, hanno studiato, si sono sposati e, dopo anni di separazione, sono stati finalmente riuniti nella stessa prigione, dove si sono riabbracciati in lacrime.
La domanda che rimane sospesa, e che ancora oggi divide chi segue la cronaca nera, è una sola: La giustizia consiste nel tenere in cella per sempre due persone che hanno risposto con la violenza a una violenza ancora più sistematica e atroce, o è arrivato il momento di riconoscere che la villa di Elm Drive era, in realtà, una casa delle torture?
Leggi anche: