La storia della criminologia mondiale è costellata di figure oscure, ma poche hanno scosso l'opinione pubblica, la psicologia forense e il tessuto sociale di una nazione quanto Jeffrey Dahmer.
Conosciuto tristemente come il "Cannibale di Milwaukee" o il "Mostro di Milwaukee", Dahmer non è stato soltanto un assassino seriale; è diventato il simbolo di un abisso antropologico in cui pulsioni di morte, necrofilia, cannibalismo e totale assenza di empatia si sono fusi in un disegno metodico e agghiacciante.
Tra il 1978 e il 1991, Dahmer ha strappato alla vita 17 giovani uomini e ragazzi, agendo indisturbato per oltre un decennio dietro la facciata di un uomo timido, ordinario e solitario.
Fino all'età di circa quattro anni, Jeffrey viene descritto come un bambino solare, allegro e bisognoso di affetto. La frattura avviene nel 1964, a seguito di un intervento chirurgico per la riduzione di un'ernia inguinale. Al suo ritorno dall'ospedale, i genitori notano un drastico cambiamento: il bambino appare cupo, disconnesso, insolitamente silenzioso.
Nello stesso periodo, la situazione domestica degenera. I litigi tra Lionel e Joyce diventano quotidiani, violenti ed esasperati. Jeffrey assiste impotente alle crisi isteriche della madre e all'assenza fisica e psicologica del padre. Per sfuggire alla tensione delle mura domestiche, il piccolo sviluppa un interesse insolito e macabro: la raccolta di carcasse di animali morti lungo le strade o nei boschi vicini.
Il padre Lionel, ignorando le radici profonde di quel comportamento e scambiandolo per una curiosità scientifica affine alla sua professione di chimico, insegna al figlio come sbiancare e preservare le ossa animali usando sostanze chimiche e acidi. Per Jeffrey, quel processo non è scienza: è il controllo totale sulla materia biologica che non può più scappare, non può abbandonarlo, non può rifiutarlo.
A scuola, alla Revere High School in Ohio (dove la famiglia si era trasferita), Dahmer sperimenta un isolamento sociale cronico. Per attirare l'attenzione e mascherare la sua profonda inadeguatezza, inizia a fare "il pagliaccio della classe", fingendo attacchi epilettici o tic incontrollabili nei corridoi, un comportamento che i compagni definiranno in seguito come "fare il Dahmer".
Contemporaneamente, emerge la consapevolezza della propria omosessualità, vissuta in un contesto storico e familiare repressivo che acuisce il suo senso di colpa e alienazione. Per mettere a tacere i propri demoni interni e le fantasie sempre più cupe incentrate sul controllo di corpi inerti, Dahmer si rifugia nell'alcolismo. Già a sedici anni si reca a scuola con bottiglie di liquore nascoste nella giacca, rimanendo in uno stato di costante torpore etilico.
Nel 1978, i genitori divorziano in modo traumatico. La madre prende il figlio minore e se ne va; il padre si trasferisce in hotel. Jeffrey viene letteralmente abbandonato a se stesso nella casa di Bath Township, in Ohio, ha 18 anni, solo, costantemente ubriaco, ed è tormentato da fantasie dominanti e distruttive.
Il disegno omicida di Dahmer si sviluppa lungo un arco temporale di tredici anni, interrotto solo da periodi di apparente latitanza criminosa dovuti a trasferimenti, al servizio militare o a problemi legali minori.
Il 18 giugno 1978, poche settimane dopo il diploma, Dahmer nota sul ciglio della strada un autostoppista: il diciannovenne Steven Hicks. Con la scusa di offrirgli un passaggio e bere qualche birra insieme, lo invita a casa sua. Quando, dopo alcune ore, Hicks manifesta l'intenzione di andarsene, Dahmer viene colto dal panico del rifiuto e dell'abbandono. Colpisce il ragazzo alla nuca con un manubrio da palestra di 4 kg e poi lo strozza. Il corpo viene smembrato nel seminterrato; le carni vengono sciolte nell'acido e le ossa frantumate e disperse nel bosco retrostante la casa.
Sotto la pressione del padre, preoccupato per il suo alcolismo, Jeffrey si arruola nell'esercito statunitense e viene inviato in Germania Ovest come infermiere militare. L'abuso di alcol, tuttavia, ne provoca il congedo con disonore nel 1981. Tornato negli Stati Uniti, si trasferisce a casa della nonna paterna a West Allis, nel Wisconsin.
La nonna, una donna profondamente religiosa, tenta di raddrizzarlo, ma la cantina di quella casa diventa il laboratorio in cui Dahmer ricomincia a dare sfogo alle sue pulsioni. Tra il 1987 e il 1988 uccide altre tre persone, tra cui il quattordicenne Jamie Doxtator e il venticinquenne Richard Guerrero, agganciati nei bar gay o nelle stazioni dei bus di Milwaukee.
Nel maggio del 1990, Dahmer si trasferisce nell'appartamento 213 del complesso condominiale Oxford Apartments, al 924 di North 25th Street a Milwaukee. È qui che l'orrore industriale prende forma. In soli quattordici mesi, Jeffrey Dahmer uccide altre 13 persone.
I dettagli del suo modus operandi si stabilizzano in una routine scientifica e agghiacciante:
L'adescamento: Dahmer frequenta club della comunità LGBTQ+ o fermate dei mezzi pubblici. Offre alle potenziali vittime (quasi sempre giovani appartenenti a minoranze etniche: afroamericani, ispanici, asiatici) somme di denaro (solitamente 50 o 100 dollari) in cambio di compagnia, per scattare loro delle foto di nudo o semplicemente per bere qualcosa insieme.
La sedazione: Una volta nell'appartamento, offre alla vittima una birra o un cocktail in cui ha preventivamente sciolto dosi massicce di Halcion (triazolam), un potentissimo sedativo.
L'omicidio e la necrofilia: Quando la vittima perde conoscenza o è pesantemente stordita, Dahmer la strangola a mani nude. Successivamente, abusa del cadavere, compiendo atti di necrofilia che durano ore o addirittura giorni.
Lo smembramento: Il corpo viene adagiato nella vasca da bagno. Dahmer, utilizzando seghetti ed attrezzi da macelleria acquistati nei negozi di ferramenta, seziona i corpi.
Di seguito l'elenco completo e ufficiale delle 17 vittime accertate di Jeffrey Dahmer, fondamentale per restituire dignità storica e umana a chi ha incrociato la strada del carnefice:
Nomi delle Vittime ed età al momento del decesso
Steven Hicks (19 anni)
Steven Tuomi (24 anni)
Jamie Doxtator (14 anni)
Richard Guerrero(25 anni)
Anthony Sears (26 anni)
Raymond Smith (Ricky Beals, 33 anni)
Edward W. Smith (28 anni)
Ernest Miller (22 anni)
David C. Thomas (23 anni)
Curtis Straughter (18 anni)
Errol Lindsey (19 anni)
Konerak Sinthasomphone (14 anni)
Matt Turner (20 anni)
Jeremiah Weinberger (23 anni)
Oliver Lacy (23 anni)
Joseph Bradehoft (25 anni)
Nelle ultime fasi della sua spirale distruttiva, Dahmer non si accontenta più di possedere un cadavere: vuole creare un compagno sottomesso, una sorta di "zombie" vivente che esegua i suoi ordini senza volontà propria.
Utilizzando un trapano elettrico, Dahmer pratica dei fori nel cranio delle sue vittime ancora vive ma sedate, e vi inieta all'interno acido cloridrico o acqua bollente direttamente nel tessuto cerebrale. Questi esperimenti, condotti tra gli altri su Errol Lindsey e Konerak Sinthasomphone, falliscono sistematicamente, portando le vittime al coma e alla morte nel giro di poche ore.
Contemporaneamente, Dahmer inizia a praticare il cannibalismo. Cuoce e consuma parti del corpo delle sue vittime (in particolare bicipiti, cuore e cosce), conservando altre porzioni nel congelatore, convinto che in questo modo le vittime sarebbero diventate "parte di lui" per sempre.
Il quattordicenne di origine laotiana Konerak Sinthasomphone, sul quale Dahmer ha già praticato il foro cranico iniettando acido, riesce a fuggire dall'appartamento approfittando di un momento di assenza dell'aggressore. Il ragazzo viene trovato in strada, nudo, sanguinante e in evidente stato di shock e alterazione neurologica, da tre donne afroamericane che allertano immediatamente il 911.
Sul posto arrivano gli agenti John Balcerzak e Joseph Gabrish. Poco dopo rientra anche Dahmer. Con sconcertante freddezza, l'assassino convince i poliziotti che il ragazzo è in realtà il suo compagno diciannovenne, che si tratta di una banale lite tra amanti e che il giovane ha semplicemente bevuto troppo. Nonostante le proteste e le suppliche delle testimoni afroamericane, la polizia decide di non approfondire: scortano Konerak e Dahmer dentro l'appartamento 213, ignorando l'odore nauseabondo che esce dalla stanza, e se ne vanno facendo battute omofobe via radio. Konerak verrà ucciso e smembrato da Dahmer poche ore dopo.
La fine dell'incubo ha un nome: Tracy Edwards, 32 anni. La sera del 22 luglio 1991, Dahmer lo adosca offrendogli 100 dollari per fare delle foto. Edwards accetta, ma una volta entrato nell'appartamento 213 avverte immediatamente che c'è qualcosa che non va. L'odore è insopportabile, l'aria è pesante e l'arredamento è inquietante.
Dahmer, muovendosi con rapidità, riesce ad agganciare un paio di manette a un polso di Edwards, lo minaccia con un grosso coltello da macellaio e lo costringe a sedersi sul letto per guardare il film L'esorcista III, iniziando a dondolarsi e a recitare frasi sconnesse. Edwards, simulando accondiscendenza per guadagnare tempo, attende il momento propizio: dopo circa cinque ore di terrore, approfittando di una distrazione di Dahmer, lo colpisce con un pugno e riesce a fuggire dalla porta principale.
Correndo per strada con le manette ancora ciondolanti da un polso, Edwards incrocia un'auto della polizia con a bordo gli agenti Robert Rauth e Rolf Mueller. Racconta l'accaduto e li conduce fino all'edificio degli Oxford Apartments. I due agenti, accompagnati da Edwards, bussano alla porta del 213. Dahmer apre l'uscio: appare calmo, remissivo, e giustifica la presenza delle manette come un gioco erotico finito male.
Mentre l'agente Rauth tiene d’occhio Dahmer nel soggiorno, Mueller ispeziona la camera da letto alla ricerca della chiave delle manette. Apre il cassetto di un comodino e si trova di fronte a una serie di scatti fotografici agghiaccianti: sono foto Polaroid che ritraggono corpi umani in varie fasi di smembramento, pose pornografiche con cadaveri e teste recise all'interno del lavandino.
Mueller esce dalla stanza mostrando le foto al collega e urlando: "È roba vera!". Dahmer capisce che la sua recita è finita; tenta una reazione ma viene immediatamente atterrato, immobilizzato e ammanettato.
Ciò che la task force della polizia scientifica e i medici legali si trovano davanti nelle ore successive all'arresto supera ogni immaginazione. L'appartamento 213 viene sigillato e trasformato in un laboratorio forense a cielo aperto. Gli esperti lavorano indossando tute protettive e maschere antigas per via del miasma indicibile da decomposizione e composti chimici.
La perquisizione sistematica porta al rinvenimento di materiale biologico umano sparso in diversi elettrodomestici e contenitori:
Il Frigorifero e il Congelatore: All'interno del congelatore vengono rinvenute due teste umane integre, due cuori confezionati in sacchetti di plastica per alimenti e una porzione di muscolo scheletrico umano (bicipite). Nel frigorifero vengono trovati tre torsi maschili conservati in ripiani provvisori.
Il Fusto da 210 Litri: Nel soggiorno troneggia un enorme barile di plastica blu da 55 galloni (circa 210 litri). All'interno, la scientifica scopre un bagno di acido cloridrico contenente tre torsi umani in avanzato stato di liquefazione chimica. Dahmer usava questo metodo per distruggere rapidamente i tessuti molli prima di disfarsi dei resti.
La Camera da Letto: All'interno di un armadio vengono rinvenuti quattro crani umani completi, accuratamente ripuliti dalla carne e sbiancati con la candeggina, oltre a due scheletri interi disposti sul fondo dell'armadio. Sul letto sono presenti decine di Polaroid che documentano meticolosamente la progressione della morte di ogni vittima.
I Contenitori di Sostanze Chimiche: Vengono sequestrati galloni di acido cloridrico, cloroformio (utilizzato per stordire alcune vittime), formaldeide e candeggina industriale.
La sfida principale per il team medico-legale guidato dal dottor Jeffrey Jentzen è l'identificazione delle vittime attraverso frammenti ossei e resti decomposti. Molti dei teschi presentano i segni evidenti della penetrazione del trapano elettrico, a conferma della tecnica di zombificazione descritta poi dallo stesso Dahmer durante gli interrogatori.
L'uso dei profili odontoiatrici (cartelle dentali) e, per la prima volta su così vasta scala nei primi anni '90, l'analisi del DNA mitocondriale permettono di dare un nome e un cognome ai resti sparsi nell'appartamento, chiudendo i casi di scomparsa insoluti che si erano accumulati a Milwaukee negli anni precedenti.
Il processo a Jeffrey Dahmer si apre nel gennaio del 1992. La strategia della difesa è interamente incentrata sull'infermità mentale: gli avvocati sostengono che Dahmer sia affetto da una forma di psicosi incontrollabile, necrofilia compulsiva e disturbo borderline di personalità che lo rendevano incapace di intendere e di volere al momento dei fatti.
L'accusa, supportata da noti psichiatri forensi, dimostra invece la piena capacità di intendere e volere. Dahmer pianificava i suoi crimini con meticolosa lucidità: acquistava i sedativi sotto falso nome, comprava gli acidi in anticipo, nascondeva i corpi quando riceveva visite e, soprattutto, si fermava se avvertiva il rischio di essere scoperto (come dimostrato dalle pause temporali tra alcuni omicidi).
Il 15 febbraio 1992, la giuria emette il verdetto: Jeffrey Dahmer viene dichiarato colpevole di 15 omicidi nel Wisconsin e giudicato perfettamente sano di mente. Viene condannato a 15 ergastoli consecutivi, per un totale di 957 anni di carcere, senza alcuna possibilità di libertà condizionale. Durante la lettura della sentenza, Dahmer rilascia una dichiarazione in cui non chiede clemenza, ma esprime un freddo e lucido rimorso per il dolore causato alle famiglie delle vittime.
Dahmer viene recluso nel Columbia Correctional Institution a Portage, nel Wisconsin. Nonostante i primi mesi passati in isolamento protettivo, esprime il desiderio di essere inserito nella popolazione carceraria comune.
Il mattino del 28 novembre 1994, mentre è impegnato a pulire i bagni della palestra del carcere insieme ad altri due detenuti, Dahmer viene aggredito da Christopher Scarver, un detenuto afroamericano affetto da grave schizofrenia e condannato per omicidio. Scarver, infuriato per i dettagli dei crimini razziali e cannibali di Dahmer e per il suo comportamento provocatorio all'interno del penitenziario, lo colpisce ripetutamente alla testa con una sbarra di ferro rimossa da un attrezzo della palestra. Jeffrey Dahmer muore durante il trasporto in ospedale a causa delle gravissime fratture craniche riportate. Il suo corpo viene successivamente cremato e le ceneri divise tra i genitori.
Il caso Dahmer ha segnato una linea di demarcazione profonda nella cultura di fine Novecento. Ha costretto le istituzioni a fare i conti con i propri angoli ciechi: la discriminazione razziale e l'omofobia della polizia, che avevano declassato le sparizioni di giovani minoritari a fatti di "ordinario degrado urbano", permettendo a un predatore bianco di muoversi indisturbato.