Bologna, Romagna e le Marche. Tra il 1987 e il 1994, queste terre fertili e tranquille vengono scosse da un’ondata di violenza senza precedenti. Rapine ai caselli autostradali, assalti a uffici postali e banche, agguati alle guardie giurate, spedizioni punitive contro nomadi e immigrati. Un bilancio finale da guerra civile: 24 morti e oltre 100 feriti.
Per sette lunghi anni, le forze dell’ordine brancolano nel buio, inseguendo fantasmi. Poi, la scoperta che raggela il Paese: i criminali più spietati dell’Emilia-Romagna non sono feroci banditi professionisti arrivati da fuori, né terroristi politici. Sono poliziotti. Uomini dello Stato che, smessa la divisa, seminano il terrore a bordo di una delle utilitarie più diffuse dell'epoca: la Fiat Uno bianca.
Il nucleo fondamentale della banda era a trazione familiare, guidato dai tre fratelli Savi, originari di Forlì, a cui si affiancavano altri colleghi della Polizia di Stato.
Roberto Savi: Considerato la mente fredda, il leader indiscusso e l’ideologo del gruppo. All'epoca era assistente capo della Polizia di Stato, in servizio alla questura di Bologna, precisamente nella centrale operativa. Questa posizione gli permetteva di conoscere in tempo reale gli spostamenti delle pattuglie e i codici radio, garantendo alla banda un vantaggio tattico immenso. Freddo, metodico, appassionato di armi.
Fabio Savi: L'unico del trio familiare a non essere un poliziotto. Carrozziere, camionista, uomo d'azione dal carattere impulsivo e violento. Era il braccio operativo più spietato, spesso colui che apriva il fuoco per primo senza alcuna esitazione. Co-fondatore della banda insieme a Roberto.
Alberto Savi: Il fratello minore, anch'egli poliziotto, in servizio al commissariato di Rimini. Dotato di una personalità più debole e succube dei fratelli maggiori, fungeva da gregario e supporto logistico nelle rapine compiute in territorio romagnolo.
Intorno ai fratelli Savi ruotavano altri tre agenti di polizia, arruolati per colpi specifici o per compiti di copertura:
Pietro Gugliotta: Operatore radio della questura di Bologna, amico intimo di Roberto. Pur non partecipando alle azioni più cruente, svolse il ruolo di complice e basista in diverse rapine, venendo condannato a 18 anni di carcere.
Marino Occhipinti: Anch'egli poliziotto della sezione narcotici della questura di Bologna. Partecipò a una delle rapine più sanguinose (quella di Casalecchio di Reno), rimediando l'ergastolo.
Luca Vallicelli: Agente scelto della Polizia stradale, partecipò solo alle prime rapine minori del 1987. Patteggiò una pena di 3 anni e 8 mesi.
Il paradosso della divisa: La vera forza della banda risiedeva nella loro normalità istituzionale. Di giorno pattugliavano le strade giurando fedeltà alla Repubblica; di notte o nei giorni di riposo, usavano le tattiche apprese in addestramento per uccidere e rapinare.
Le prime azioni della banda non nascono per fare cassa, ma quasi come un "addestramento" sul campo e una caccia alle armi. Il debutto ufficiale avviene il 19 giugno 1987 con una rapina al casello autostradale di Pesaro. Nei mesi successivi, la banda colpisce ripetutamente i caselli della A14, muovendosi con una rapidità che disorienta gli inquirenti.
Il salto di qualità nella violenza avviene nell'ottobre del 1987. La banda tenta un'estorsione ai danni di un carrozziere di Rimini, Salvatore di Ventura. All'appuntamento per la consegna del denaro si presentano però i poliziotti in borghese. Ne nasce un conflitto a fuoco in cui resta gravemente ferito il sovrintendente Antonio Mosca, che morirà dopo due anni di agonia nel 1989. È la prima vittima della Uno Bianca.
Tra il 1988 e il 1991, la banda abbandona i caselli per dedicarsi a obiettivi più remunerativi: uffici postali, banche, supermercati e furgoni portavalori. Il modus operandi diventa un marchio di fabbrica: auto rubate (quasi sempre Fiat Uno, facili da scassinare e indistinguibili nel traffico), armi pesanti (fucili d'assalto AR-70, fucili a pompa, pistole calibro 9) e una violenza immediata, sproporzionata. Non intimorivano i presenti, sparavano per uccidere alla minima reazione o anche solo per creare il panico.
La banda assalta un furgone portavalori davanti alla Coop di Casalecchio di Reno. Durante l'azione, i criminali aprono il fuoco indiscriminatamente. Muore la guardia giurata Carlo Beccari, appena ventiduenne, mentre altri colleghi rimangono gravemente feriti. È la dimostrazione lampante che per i Savi la vita umana non ha alcun valore di fronte al profitto.
A Ferrara, durante una rapina alle Poste, viene freddato l'appuntato dei Carabinieri Fiorenzo Massa, colpevole solo di essersi trovato a passare nei pressi del luogo del delitto. La banda non lasciava mai testimoni o potenziali minacce alle spalle.
È l'episodio più celebre, cruento e tragico legato alla Uno Bianca. Nel quartiere Pilastro di Bologna, una pattuglia dell'Arma dei Carabinieri incrocia casualmente la Fiat Uno della banda (che quella sera era uscita semplicemente per "perlustrare" un obiettivo da colpire). I Savi, temendo un controllo che avrebbe fatto saltare la loro copertura, decidono di anticipare i militari.
Sotto una pioggia di proiettili cadono tre giovani carabinieri poco più che ventenni: Mauro Mitilini, Andrea Moneta e Otello Stefanini. L'efferatezza dell'esecuzione sconvolge l'Italia: dopo aver immobilizzato l'auto dei carabinieri a colpi di fucile, i fratelli Savi si avvicinano ai militari agonizzanti e li giustiziano con un colpo alla nuca.
Un aspetto che per anni ha depistato le indagini è stato l'improvviso cambio di obiettivo della banda. Accanto alle rapine per denaro, i Savi iniziarono a compiere attentati di matrice prettamente razzista e xenofoba, guidati da un profondo odio ideologico, in particolare nutrito da Roberto Savi.
23 dicembre 1990: La banda apre il fuoco contro un campo nomadi a Bologna, in via Gobetti. Muoiono Rodolfo Bellinati e Patrizia Della Santina, mentre altri due rimangono feriti.
2 maggio 1991: A Casalecchio di Reno viene ucciso a colpi d'arma da fuoco Umberto Erissero, un cittadino extracomunitario, senza alcun motivo apparente.
18 agosto 1991: A San Mauro Pascoli vengono uccisi due operai senegalesi, Ndaga Thiandoume e Babou Cheikh, mentre un terzo rimane gravemente ferito. L'agguato avviene mentre i tre tornavano a casa dal lavoro.
Questi omicidi, privi di un movente economico, spinsero gli investigatori a cercare i colpevoli negli ambienti dell'estremismo di destra o della criminalità organizzata, allontanando i sospetti dalle forze dell'ordine.
Perché ci vollero sette anni per catturarli? Oltre alla sopraffina conoscenza delle tecniche d'indagine da parte di Roberto Savi, la vicenda fu caratterizzata da clamorosi errori investigativi e veri e propri depistaggi.
Subito dopo la strage del Pilastro, la magistratura e la polizia seguirono la pista della criminalità locale e del traffico di droga nel quartiere. Vennero arrestati i componenti della cosiddetta "Banda dei Santagata", piccoli criminali della zona che, sotto la pressione degli interrogatori, arrivarono a confessare reati mai commessi pur di ottenere sconti di pena. Questo colossale errore giudiziario offrì ai fratelli Savi una totale impunità per altri tre anni, permettendo loro di continuare a uccidere.
La fine dell'incubo arriva nel 1994, grazie all'intuizione, alla tenacia e all'ostinazione di due poliziotti della questura di Rimini: l'ispettore Luciano Baglioni e l'assistente Pietro Costanza.
Costituitisi in un pool investigativo autonomo voluto dal magistrato Daniele Paci, Baglioni e Costanza decisero di ripartire da zero, analizzando freddamente i modus operandi della banda. Notarono che i rapinatori dimostravano una conoscenza millimetrica delle banche colpite, dei tempi di reazione delle pattuglie e, soprattutto, una straordinaria precisione militare nell'uso delle armi. L'ipotesi che potesse trattarsi di "uomini in divisa" iniziò a farsi largo nei loro pensieri.
La svolta avvenne stringendo il cerchio attorno alle rapine compiute presso le banche di Rimini. Baglioni e Costanza iniziarono a presidiare fisicamente le filiali considerate "a rischio". Il 3 novembre 1994, durante un servizio di appostamento davanti a una banca di Santa Giustina, notarono una Fiat Tipo bianca che si aggirava con fare sospetto. Al volante c'era un uomo che l'ispettore Baglioni riconobbe subito: era il collega Fabio Savi (pur non essendo poliziotto, era noto nell'ambiente tramite i fratelli).
Da quel momento, i tasselli del mosaico andarono rapidamente al loro posto. Vennero messi sotto controllo i telefoni dei fratelli Savi e i sospetti si trasformarono in certezze.
Il 21 novembre 1994 scatta la trappola. Roberto Savi viene arrestato direttamente all'interno della questura di Bologna, mentre è in servizio. Nei giorni successivi cadono tutti gli altri membri della banda: Fabio Savi viene bloccato al confine con l'Austria mentre tenta la fuga insieme alla convivente Eva Mikula; Alberto Savi viene prelevato a Rimini.
I processi che seguirono (svoltisi tra il 1995 e il 1997) misero l'Italia di fronte a una realtà agghiacciante. Durante le udienze, i fratelli Savi, in particolare Roberto e Fabio, mostrarono un distacco emotivo e un cinismo sconcertanti. Descissero i loro omicidi con freddezza geometrica, quasi fossero operazioni di routine. Quando a Fabio Savi venne chiesto il motivo di tanta violenza, rispose laconicamente che il denaro serviva per "comprare le cose che voleva" e mantenere il suo tenore di vita.
La giustizia italiana è stata inflessibile:
Roberto Savi: Condannato all'ergastolo senza isolamento diurno.
Fabio Savi: Condannato all'ergastolo.
Alberto Savi: Condannato all'ergastolo (ha ottenuto i primi permessi premio solo dopo oltre vent'anni di detenzione).
Marino Occhipinti: Condannato all'ergastolo (scarcerato nel 2018 per buona condotta, dopo un percorso di transizione in una cooperativa sociale).
Pietro Gugliotta: Condannato a 18 anni, è tornato in libertà nel 2008 grazie all'indulto e alla riduzione della pena per buona condotta.
La vicenda della Banda della Uno Bianca rimane una ferita aperta nel tessuto sociale dell'Emilia-Romagna e della Polizia di Stato, che vide la propria onorabilità infangata da un gruppo di criminali in uniforme. L'associazione dei familiari delle vittime, guidata per anni da Rosanna Zecchi (vedova di una delle vittime), continua a battersi affinché la memoria di quella tragedia non venga dimenticata e per fare totale luce su eventuali retroscena o coperture di cui la banda potrebbe aver goduto.