Matthias Schepp, un ingegnere canadese di 44 anni impiegato presso una multinazionale, non ha mai accettato la fine del suo matrimonio con Irina Lucidi. La separazione, avvenuta nell'agosto 2010, aveva incrinato la sua immagine di perfezione. Chi lo conosceva lo descriveva come un uomo metodico, quasi ossessivo, che tappezzava la casa di post-it con istruzioni su come chiudere le porte o spegnere le luci. Un controllo che, dopo l'addio della moglie, si era trasformato in un risentimento sordo, celato sotto una maschera di apparente normalità.
Domenica 30 gennaio è il suo turno per stare con le bambine, Alessia e Livia le loro figlie gemelle, bionde e solari, quella sera, Matthias dovrebbe riportarle a casa, ma non lo fa, manda un SMS alla ex moglie: "Le riporto domani mattina direttamente a scuola". È l'ultima menzogna. Quando Irina, non trovandole il giorno dopo a scuola, preoccupata, si precipita nell'abitazione dell'ex marito, trova la casa vuota, da qui iniziano le indagini.
La ricostruzione dei movimenti di Matthias Schepp è un puzzle di scontrini, pedaggi autostradali e avvistamenti.
31 gennaio: Matthias e le bambine sono a Marsiglia. Qui l'uomo effettua diversi prelievi di contanti per un totale di 7.500 euro. Invia alcune cartoline a Irina, scritte con una grafia che gli esperti definiranno poi "rivelatrice di un'instabilità emotiva profonda".
1 febbraio: Schepp si imbarca sul traghetto Scandola diretto a Propriano, in Corsica. Un testimone riferisce di aver visto l'uomo con le due bambine. Quello che è certo però è che Matthias acquista un biglietto per il viaggio di ritorno, da solo, da Bastia a Tolone.
Dov'erano Alessia e Livia in quelle ore in Corsica? La Corsica diventa il primo grande buco nero dell'indagine.
Il 3 febbraio 2011, Matthias Schepp ricompare in Italia. Pranza da solo a Vietri sul Mare, apparentemente tranquillo. Nel tardo pomeriggio invia l'ultimo plico di lettere alla moglie da un ufficio postale di Marsiglia. All'interno, 4.400 euro in contanti e il testamento.
Poco prima delle 23:00, l'ingegnere svizzero raggiunge la stazione ferroviaria di Cerignola Campagna, nel foggiano. Parcheggia la sua Audi A6, cammina lungo i binari e si lancia sotto l'Eurostar Milano-Bari, muorendo sul colpo, portando con sé l'unica informazione che conta: il luogo dove ha lasciato le sue figlie. Pochi giorni dopo il suicidio, Irina Lucidi riceve l'ultima, agghiacciante lettera spedita da Matthias poco prima di morire. Le parole sono agghiaccianti:
"Le bambine riposano in pace, non hanno sofferto. Non le rivedrai mai più."
È la confessione finale o l'ultimo atto di una vendetta volta a infliggere alla madre l'ergastolo del dubbio? Gli inquirenti setacciano ogni centimetro della tratta ferroviaria, le spiagge della Corsica, i boschi tra la Svizzera e la Francia. Vengono utilizzati droni, cani molecolari e sonar, ma di Alessia e Livia non viene ritrovato neanche un brandello di vestito, né una goccia di sangue significativa nell'auto del padre.
La cronaca nera si divide tra due scenari atroci.
L'omicidio-suicidio pianificato: Matthias avrebbe ucciso le figlie (forse avvelenandole con dei farmaci ritrovati nel suo kit da viaggio) e ne avrebbe occultato i corpi in modo così efficace da renderli introvabili.
L'altra ipotesi, più tenue ma mai abbandonata dalla madre Irina, è che l'uomo le abbia affidate a qualcuno, forse una rete clandestina, per "punire" la madre escludendola per sempre dalla loro vita.
Negli anni sono seguite decine di segnalazioni: avvistamenti in campi nomadi in Sardegna, tracce in Canada, presunte somiglianze in foto scattate casualmente in giro per l'Europa. Nessuna ha mai portato a nulla.
Irina Lucidi non è rimasta immobile nel dolore. Ha trasformato la sua tragedia in una missione, fondando la Missing Children Switzerland, una fondazione per aiutare le famiglie che vivono l'incubo della scomparsa di un figlio. Nonostante la lettera di Matthias, Irina ha spesso dichiarato di non poter smettere di cercare finché non avrà una prova certa, una risposta definitiva.
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